Voidmass L'ambientazione

Non Siamo Soli

Negli anni compresi tra il 2086 e la fine del secolo l’umanità fu investita da tre scoperte destinate a ridefinire il suo posto nell’universo. La prima confermò definitivamente l’esistenza di forme di vita extraterrestri; la seconda portò al rinvenimento di tracce lasciate da una civiltà tecnologicamente avanzata; la terza emerse direttamente dall’esperienza dei viaggiatori che percorrevano le rotte più lontane.

Vita Extraterrestre

La convinzione che i sistemi raggiungibili dall’umanità fossero privi di vita cominciò a crollare nel 2086, quando una missione esplorativa individuò per la prima volta un ecosistema extrasolare. Le prime osservazioni orbitali avevano rilevato variazioni stagionali nella composizione atmosferica e ampie regioni aventi proprietà incompatibili con le formazioni minerali conosciute; le sonde inviate sulla superficie confermarono la presenza di forme vegetali e organismi mobili appartenenti a numerose specie differenti.

Negli anni successivi vennero scoperti altri mondi biologicamente attivi, alcuni caratterizzati da ecosistemi relativamente semplici, altri da catene alimentari più articolate. Una parte considerevole della fauna presentava caratteristiche superficialmente analoghe a quelle degli artropodi terrestri: corpi segmentati, esoscheletri e appendici multiple comparivano con sorprendente frequenza, suggerendo che strutture di questo tipo rappresentassero soluzioni evolutive ricorrenti anche in biosfere sviluppatesi indipendentemente da quella terrestre. Alcuni pianeti, caratterizzati da vegetazione particolarmente fitta e grandi forme di vita insettoidi, vennero paragonati dalla comunità scientifica agli ecosistemi del Carbonifero.

Diverse specie mostrarono comportamenti territoriali o predatori nei confronti degli esseri umani, mentre altre risultarono difficili da individuare con i normali sistemi di rilevamento o capaci di sopravvivere in condizioni considerate incompatibili con organismi complessi. Alcune missioni di superficie registrarono attacchi da parte della fauna locale, episodi di contaminazione biologica e altri incidenti, alcuni dei quali anche mortali. Ben presto divenne evidente che la presenza di vita non rappresentava soltanto una scoperta scientifica, ma anche un nuovo fattore di rischio per l’esplorazione e l’espansione coloniale.

La scoperta impose una rapida revisione delle normative sull’esplorazione extrasolare: quarantene, zone protette e restrizioni alle attività minerarie divennero improvvisamente necessarie, incontrando la prevedibile opposizione delle MC interessate allo sfruttamento dei nuovi mondi. La European Federation svolse un ruolo di primo piano nella definizione dei nuovi standard, promuovendo protocolli comuni di contenimento biologico, tutela degli ecosistemi e regolazione delle attività industriali nei sistemi abitati da forme di vita. Nonostante tali misure, negli anni successivi continuarono a verificarsi incidenti legati alla violazione delle quarantene, al trasporto non autorizzato di campioni biologici e all’insediamento di strutture industriali in aree considerate ad alto rischio.

La distribuzione dei sistemi biologicamente attivi rivelò inoltre un’anomalia che nessun modello riusciva a spiegare: tutti gli ecosistemi scoperti si trovavano oltre una certa distanza dal Sole. I sistemi più vicini, esplorati in modo capillare per oltre trent’anni, non avevano restituito alcuna evidenza di vita; oltre quel confine, invece, gli ecosistemi tornavano a comparire con una certa regolarità.

La regione priva di vita, dai contorni ancora incerti e con il Sistema Solare approssimativamente al centro, venne informalmente ribattezzata Regione Abiotica. Alcuni ricercatori arrivarono a ipotizzare che la sua origine potesse non essere naturale, ma l’interpretazione prevalente continuò ad attribuire l’anomalia al numero ancora limitato di sistemi esplorati e ai possibili effetti di selezione introdotti dalle prime campagne di esplorazione.

I Thanant

Già nei decenni precedenti l’espansione interstellare aveva registrato una serie di incidenti difficili da spiegare: navi esplorative, convogli minerari e sonde automatizzate erano scomparsi in prossimità di alcuni pianeti o attraversando determinate regioni dello spazio, senza riuscire a trasmettere alcun segnale di emergenza. La particolarità più inquietante di questi incidenti era dovuta al fatto che anche le missioni di soccorso inviate per localizzare i relitti o recuperare gli equipaggi andavano invariabilmente incontro al medesimo destino, scomparendo a loro volta senza lasciare traccia.

L’incremento di questi episodi portò progressivamente all’abbandono di alcune rotte e alla classificazione informale di interi sistemi come zone ad alto rischio. La comunità scientifica tendeva ad attribuire questi incidenti a fenomeni gravitazionali non ancora noti che potevano intrappolare le navi al loro interno o compromettere il funzionamento dei sistemi di navigazione; tuttavia, in assenza di una spiegazione scientifica dimostrabile, tra gli equipaggi e nelle colonie di frontiera si diffusero numerose leggende che parlavano di luoghi maledetti, regioni dello spazio da cui era bene tenersi alla larga.

Nel 2089, durante un’indagine geologica condotta su uno dei satelliti di un gigante gassoso situato in un sistema a circa 20 anni luce dal Sole, vennero individuate alcune strutture artificiali. Gli scavi portarono alla luce manufatti e infrastrutture appartenenti a una civiltà tecnologica esistita molto prima dell’umanità. Non furono trovati corpi né materiale biologico identificabile, e nessuna delle iscrizioni o delle strutture recuperate consentì inizialmente di stabilire quale forma avessero i loro costruttori.

Negli anni immediatamente successivi vennero scoperti siti analoghi in diversi altri sistemi, tutti attribuibili alla medesima civiltà. Lo studio dei ritrovamenti consentì inoltre di collegare molte delle precedenti sparizioni alla presenza di strutture e dispositivi ancora funzionanti, dotati di sistemi di difesa di portata e pericolosità enormi. Proprio per la capacità letale di questi manufatti, alla civiltà venne attribuito il nome convenzionale di Thanant.

Le Reliquie Thanant vennero progressivamente suddivise in due categorie principali:

  • Reliquie inattive. Strutture che avevano cessato di funzionare, presumibilmente a causa dell’esaurimento o dell’interruzione della loro fonte di energia. Pur presentando rischi strutturali e tecnologici difficilmente prevedibili, questi luoghi divennero rapidamente oggetto di missioni scientifiche, operazioni di recupero e contese tra Egemonie e megacorporazioni.
  • Reliquie attive. Strutture che conservavano ancora una fonte di alimentazione di natura sconosciuta e che, per questo motivo, non era possibile avvicinare o visitare, in quanto dotate di meccanismi di difesa programmati per neutralizzare qualsiasi nave, sonda o altro oggetto artificiale nel giro di pochi istanti. La loro ubicazione e l’estensione effettiva del loro perimetro difensivo poterono essere ricostruite soltanto mediante le ultime coordinate trasmesse dalle navi e dalle sonde scomparse.

La scoperta dei Thanant, lungi dal risolvere la domanda posta dal paradosso di Fermi, finì per sollevarne molte altre: dove erano finiti? Avevano abbandonato la galassia o si erano estinti? E, in quest’ultimo caso, quale forza era stata capace di sopraffare una civiltà dotata di una capacità tecnologica e distruttiva tanto avanzata?

Gli Spettri

Più o meno nello stesso periodo iniziarono a essere registrate alcune singolari anomalie sulle tratte FTL più lunghe. Alcuni membri degli equipaggi, soprattutto dopo lunghi periodi di animazione sospesa, riferivano sogni estremamente vividi, ricordi impossibili da collocare e percezioni relative a momenti nei quali risultavano privi di coscienza; in molti casi, persone che non avevano avuto modo di comunicare descrivevano immagini o esperienze sorprendentemente simili, come se fossero state in qualche modo partecipi di un’esperienza comune.

Nella maggior parte dei casi questi episodi rientravano nella sintomatologia già associata ai disturbi legati al viaggio interstellare in animazione sospesa: i protocolli medici dell’epoca registravano da tempo alterazioni della memoria, allucinazioni e disturbi temporanei della percezione a seguito del risveglio. Pubblicamente, gli episodi continuarono quindi a essere considerati conseguenze neurologiche della procedura o dell’esposizione prolungata ai campi di curvatura. Le MC disponevano però di una quantità di dati molto maggiore e avevano iniziato a individuare correlazioni difficili da spiegare; questi risultati venivano generalmente mantenuti riservati, arrivando in alcuni casi a eliminare ogni riferimento al fenomeno dai rapporti di viaggio.

Nonostante i tentativi di occultamento, una certa consapevolezza cominciò a diffondersi tra gli equipaggi. Le testimonianze raccolte non descrivevano soltanto esperienze condivise: in alcuni casi le immagini, le parole o le sensazioni sembravano ripetersi secondo schemi coerenti, dando l’impressione che dietro il fenomeno esistesse una qualche forma di intenzionalità. Alcuni soggetti riferirono di avere percepito domande, richieste o tentativi di stabilire un contatto; altri manifestarono al risveglio comportamenti e conoscenze che non riuscivano a spiegare; vennero persino documentati episodi di perdita di controllo che, nei casi più estremi, facevano pensare a fenomeni di possessione: le testimonianze descrivevano la vittima agire come se fosse manovrata da una presenza esterna, talvolta persino arrivando a pronunciare parole, frasi o espressioni incomprensibili. Questi eventi cominciarono rapidamente a essere interpretati come tentativi di comunicazione e, nei resoconti più inquietanti, come vere e proprie forme di possessione. A queste testimonianze si aggiunsero alcuni resoconti ancora più difficili da interpretare. Diversi membri degli equipaggi dichiararono di avere visto, durante il viaggio o nelle fasi immediatamente precedenti al risveglio, figure diafane e vagamente antropomorfe, simili a delle ombre. In alcuni casi queste presenze sembravano osservare i soggetti o tentare di comunicare con loro.

L’assenza di una spiegazione condivisa finì per alimentare numerose ipotesi: una parte dei ricercatori riteneva che la deformazione dello spazio-tempo prodotta dai motori a curvatura potesse sottoporre temporaneamente la nave a condizioni fisiche normalmente inaccessibili, creando una sorta di ponte con un’altra “dimensione”; altri ipotizzavano invece che gli stati fisici esotici generati dall’Alcubierre Drive in determinate condizioni potessero rendere percepibili forme di vita o strutture informative normalmente impossibilitate a interagire con la materia ordinaria.

Nessuna di queste ipotesi trovò conferma. Rimaneva tuttavia difficile ignorare un dato: la frequenza e l’intensità degli episodi aumentavano con la durata dei viaggi in curvatura e risultavano particolarmente elevate sulle tratte più lunghe. Tra gli equipaggi delle navi, il personale delle infrastrutture di transito e i coloni di frontiera si diffuse così un termine già utilizzato informalmente per indicare le presenze percepite durante questi episodi: Spettri.