Voidmass L'ambientazione

Siamo Soli

L’espansione interstellare proseguì senza incontrare ostacoli diversi da quelli già conosciuti. Le missioni esplorative raggiunsero un numero crescente di sistemi, mentre le installazioni costruite nel decennio precedente vennero progressivamente integrate in una rete stabile di distretti minerari, depositi, stazioni di rifornimento e cantieri. Le colonie più importanti assunsero rapidamente una funzione che andava oltre lo sfruttamento delle risorse locali. Alcune divennero centri di raccolta nei quali convergevano i materiali estratti dagli impianti circostanti; altre ospitavano raffinerie, cantieri o grandi depositi di matrici Voidmass cariche destinati alle flotte. La possibilità di produrre localmente una parte crescente delle infrastrutture ridusse ulteriormente la dipendenza dalla Terra e consentì alle spedizioni successive di partire direttamente dai sistemi già colonizzati.

L’espansione cominciò così a procedere per successive ramificazioni: una colonia sufficientemente sviluppata poteva sostenere l’esplorazione dei sistemi vicini, che a loro volta diventavano nuovi punti di partenza per missioni ancora più lontane. Il Sistema Solare continuava a rappresentare il principale centro politico ed economico dell’umanità, ma una quota crescente delle attività legate all’espansione non vi transitava più direttamente.

2071-2075

Le osservazioni compiute durante queste missioni produssero una quantità crescente di informazioni sui sistemi planetari esplorati. Vennero analizzati pianeti, satelliti e altri corpi celesti molto diversi tra loro, alcuni dei quali presentavano condizioni considerate potenzialmente compatibili con la presenza di acqua o composti organici di qualsivoglia tipo: nessuna delle prime esplorazioni fornì tuttavia prove dell’esistenza di forme di vita.

Le analisi delle atmosfere, dei sedimenti e delle superfici non rilevarono organismi, fossili o strutture biologiche riconoscibili. Anche nei mondi che presentavano condizioni apparentemente favorevoli, l’acqua, i composti organici e le fonti di energia disponibili non sembravano aver prodotto sistemi viventi. L’assenza di vita non rappresentò tuttavia una particolare delusione, anzi: per le Egemonie e le megacorporazioni, un pianeta sterile era soprattutto un territorio sul quale le operazioni di estrazione potevano essere condotte senza restrizioni dovute alla presenza di ecosistemi autoctoni; le prime bozze di normative riguardanti la protezione degli ecosistemi extrasolari rimasero quindi puramente teoriche.

2076-2079

La ricerca di nuovi giacimenti spinse progressivamente le missioni verso sistemi situati a decine di anni luce dal Sole. Le successive generazioni di motori a curvatura permettevano di coprire queste distanze, ma il viaggio interstellare rimaneva tutt’altro che istantaneo: la velocità effettiva dipendeva dalla quantità di Voidmass disponibile, dalle caratteristiche del motore, dalla massa della nave e dalle condizioni gravitazionali incontrate lungo la rotta. Le regioni prossime a stelle, pianeti massicci e altri corpi celesti richiedevano particolare attenzione e obbligavano frequentemente le navi a interrompere o modificare la curvatura. La navigazione interstellare divenne quindi una disciplina complessa, basata sulla pianificazione di traiettorie che evitassero le regioni nelle quali la geometria dello spazio rendeva più difficile mantenere stabile il campo di curvatura.

Per le tratte più lunghe, il tempo trascorso a bordo poteva ormai raggiungere diversi mesi. A questi periodi si aggiungevano quelli necessari alle operazioni nel sistema di destinazione, alle eventuali riparazioni e al viaggio di ritorno; una singola missione poteva quindi tenere lontano un equipaggio per diversi anni. Il problema non riguardava soltanto il consumo di risorse: mantenere esseri umani confinati per mesi all’interno di una nave significava destinare una parte considerevole della massa disponibile ad acqua, alimenti, sistemi di supporto vitale e strutture abitative. Aumentavano inoltre i rischi associati all’isolamento, alla convivenza forzata e alla progressiva degradazione delle condizioni fisiche e psicologiche degli equipaggi.

La soluzione adottata per le missioni a lunga distanza fu l’impiego sempre più esteso dell’animazione sospesa, ottenuta mediante farmaci, controllo della temperatura e supporto metabolico automatizzato; il corpo veniva indotto in uno stato di torpore profondo, nel quale l’attività cerebrale e il metabolismo erano ridotti per periodi prolungati. I primi sistemi richiedevano tuttavia una supervisione umana costante: parametri vitali, dosaggi farmacologici e funzionamento delle capsule dovevano essere controllati regolarmente, mentre eventuali anomalie potevano rendere necessario un intervento immediato. Questo problema fu inizialmente risolto suddividendo l’equipaggio in due gruppi che si alternavano durante la traversata: mentre una metà rimaneva nelle capsule, l’altra controllava i sistemi di bordo, supervisionava i compagni in sospensione ed effettuava le necessarie operazioni di manutenzione e navigazione; a intervalli prestabiliti i due gruppi si davano il cambio.

Questa limitazione venne progressivamente superata con lo sviluppo di sistemi di Intelligenza Artificiale Generale (AGI) sempre più sofisticati, capaci di assumere non soltanto la gestione della navigazione, del contenimento della Voidmass e del supporto vitale, ma anche il controllo continuo delle persone in animazione sospesa. Ben presto le navi destinate alle tratte più lunghe poterono quindi compiere gran parte della traversata con l’intero equipaggio nelle capsule, lasciando all’AGI il compito di gestire autonomamente la nave e disporre un eventuale risveglio in caso di emergenza. L’affidamento di intere traversate a sistemi privi di supervisione umana impose rapidamente requisiti di certificazione dedicati: le AGI abilitate al comando autonomo di una nave vennero classificate come Autonomous Executive Guidance & Intelligence System (AEGIS).

La combinazione di animazione sospesa e AEGIS rese economicamente sostenibili viaggi che pochi anni prima sarebbero stati considerati impraticabili e permise alle flotte di raggiungere regioni sempre più lontane. Allo stesso tempo, trasformò ulteriormente l’esperienza del viaggio interstellare: per una parte crescente degli equipaggi, attraversare decine di anni luce significava affidare la nave (e la propria vita) a un sistema AEGIS, entrare in una capsula in un sistema e risvegliarsi mesi dopo in un altro.

2080-2085

L’animazione sospesa aveva ridotto il costo del trasporto degli esseri umani, ma non aveva eliminato il problema di fondo: il consumo di aria, acqua e cibo, per non parlare dei costi dovuti ai compensi e al sistema di tutele necessario per garantire la sicurezza dell’equipaggio. Per questo motivo, la ricerca scientifica continuò a sperimentare soluzioni volte a ridurre il numero di esseri umani presenti a bordo.

Grazie ai progressi ottenuti nei campi dell’AGI e della robotica, vennero prodotti i primi corpi artificiali antropomorfi governati da intelligenze artificiali complete, appositamente progettati per operare negli ambienti più ostili e svolgere compiti particolarmente impegnativi o rischiosi. Queste unità vennero denominate Humanoid Artificial Life Form (HALF); l’acronimo, che si prestava naturalmente a essere usato come nome, entrò rapidamente nell’uso comune.

La soluzione si rivelò tuttavia meno efficace del previsto: un’unità costava quanto decine di contratti di lavoro e richiedeva manutenzione specialistica disponibile soltanto nei centri maggiori; la manodopera umana continuava a risultare più economica, specie considerando quella proveniente dalle colonie di proprietà delle MC. Dopo l’entusiasmo iniziale gli HALF divennero quindi un prodotto di nicchia, riservato alle missioni che prevedevano mortalità elevata e agli incarichi speciali ad alto rischio. Il problema che gli HALF avrebbero dovuto risolvere, ovvero il costo degli esseri umani nello spazio, rimase così aperto. Una seconda e ben più radicale soluzione sarebbe arrivata negli anni immediatamente successivi, da una direzione che pochi avevano previsto: anziché costruire macchine capaci di sostituire gli esseri umani, si cominciò a rendere sostituibile il loro corpo.

La Foresta Oscura

L’umanità disponeva ormai di installazioni permanenti distribuite in numerosi sistemi e aveva inviato sonde nella maggior parte dei settori limitrofi; la quantità di dati raccolti rendeva sempre più difficile attribuire al semplice caso l’assenza di qualsiasi segnale di vita.

Il problema riportò al centro del dibattito scientifico il cosiddetto paradosso di Fermi: se la vita intelligente non era un fenomeno eccezionalmente raro e la galassia aveva avuto a disposizione miliardi di anni per produrre trasformazioni analoghe a quelle che avevano portato allo sviluppo di organismi intelligenti, perché non era mai stata osservata alcuna traccia della loro esistenza? La risposta più accreditata sottolineava come la comparsa della vita, e a maggior ragione dell’intelligenza, richiedesse condizioni molto più rare di quanto ipotizzato nei decenni precedenti, tali da rendere il campione raggiunto dalle sonde non sufficientemente rappresentativo.

Tra le spiegazioni più suggestive tornò persino a circolare la cosiddetta ipotesi della Foresta Oscura, originata dalla narrativa del secolo precedente. Secondo questa tesi, il silenzio non deriverebbe dall’assenza di altre civiltà, ma dalla loro scelta deliberata di restare nascoste, nella consapevolezza che qualsiasi segnale potrebbe attirare l’attenzione di potenziali predatori. Ne derivava una conclusione inquietante: la civiltà umana, che nella sua foga espansionistica colonizzava e costruiva da decenni senza preoccuparsi di nascondere la propria presenza, ma anzi trasmettendola e comunicandola in tutte le direzioni note, non aveva ancora incontrato nulla da cui valesse la pena nascondersi.

Sfortunatamente, quel silenzio era destinato a rompersi molto presto.